domenica 2 febbraio 2014

Attaccamento e struttura dialogico - relazionale della persona.



“Ogni bambino ha il legittimo bisogno di essere guardato, capito, preso sul serio e rispettato dalla propria madre. Deve poter disporre della madre nelle prime settimane e nei primi mesi di vita, usarla, rispecchiarsi in lei. Un’immagine di Winnicott illustra benissimo la situazione: la madre guarda il bambino che tiene in braccio, il piccolo guarda la madre in volto e vi si ritrova…a patto che la madre guardi davvero quell’essere indifeso nella sua unicità, e non osservi invece le proprie attese e paure, i progetti che imbastisce per il figlio, che proietta su di lui. In questo caso nel volto della madre il bambino non troverà se stesso, ma le esigenze della madre. Rimarrà allora senza specchio e per tutta la vita continuerà invano a cercarlo”.
Alice Miller da “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé”, Bollati Boringhieri, pag.37.


Noi esseri umani veniamo al mondo già come esseri – nella – relazione e proveniamo da una relazione. Le neuroscienze contemporanee definiscono la mente come relazionale.  A tal proposito è interessante guardare il punto di vista della psicologia clinica ed evolutiva (cfr. Bowlby, Ainsworth, M. Main) e dell’etologia (cfr. K. Lorenz) riguardo l’attaccamento del bambino con il caregiver
L’attaccamento è un comportamento innato nella specie umana. Il bambino, infatti, nasce con un set di comportamenti per stimolare nell’adulto la risposta di accudimento e protezione. 
L’attaccamento ha tre funzioni fondamentali per il bambino, quali: mantenere il contatto fisico con il caregiver, offrire conforto e sostegno, garantire la sicurezza, ovvero una base sicura. Si manifesta intensissimo nell’infanzia e nell’adolescenza e perdura tutta la vita facendo conoscere all’essere umano le emozioni intense dell’innamoramento, la gioia e la tenerezza per il mantenimento del legame e il dolore per la sua eventuale perdita. L’uomo è, infatti, un essere relazionale (L’uomo è un animale politico – Aristotele) e l’ identità della persona nasce e si forma attraverso la dialettica incessante e continua tra un io e un tu. Solo il bambino che si sente “visto” ed accolto dal proprio genitore nei suoi bisogni, sviluppa un senso di sé coeso e vivo. L’ontogenesi del Sé nasce da  una sintonizzazione affettiva (cfr. Daniel Stern) tra la madre e il bambino che si esplicita in un: Mi pensi, mi guardi, dunque io sono, esisto e poiché sono pensato come un essere pensante, arrivo a pensarmi con un essere dotato di una mente (cfr. la “funzione riflessiva” di Fonagy). 
E’ attraverso il riconoscimento dell' Altro che si forma il Sé della persona. Tale visione della psicologia evolutiva è in rottura con il modello proposto all’inizio della filosofia moderna da Cartesio. Nel  penso dunque sono cartesiano, il cogito si autoriconosce  ed autoleggittima in modo solipsistico e non arriva a formularsi come struttura intersoggettiva. In tal modo nel modello cartesiano, cui si lega l’idealismo trascendentale, l’uomo è concepito in una forma monadica in cui si pone come soggetto universale stagliato in un orizzonte intemporale,  dove l’essere è oggettivizzato e ridotto a cosa, ente. Ecco che il pensiero moderno ha obliato l’alterità personale, il Tu nella formazione dell’Io. Nell’Ottocento con Feuerbach è presente in nuce il pensiero dialogico che sarà sviluppato ampiamente nel Novecento (si pensi a Martin Buber per cui l’io si fa Io solo grazie al Tu) poiché ammette l’importanza degli altri, ovvero l’io non può stare senza un tu: Le idee scaturiscono soltanto dalla comunicazione, solo dalla conversazione dell’uomo con l’uomo. L’uomo si eleva al concetto, alla ragione in generale, non da solo ma insieme con l’altro. Due uomini occorrono per creare l’uomo, sia l’uomo spirituale sia quello fisico: la comunione dell’uomo con l’uomo è il primo principio e il primo criterio della verità e validità universale. La certezza che esistano altre cose al di fuori di me è ottenuta attraverso la certezza che esiste al di fuori di me un altro uomo. Di quello che vedo da solo, non posso far a meno di dubitare: è certo soltanto quello che anche l’altro vede (“Principi della filosofia dell’avvenire” par. 41).
Il  rapporto Io – Tu si costituisce a partire da un trascendentale della relazione che è l’empatia. Solo la capacità che posso avere di immedesimarmi nell’altro e di cogliere ciò che vive, il suo schema di riferimento interno, permette di entrare in risonanza consapevole e di sviluppare un rapporto intimo, scevro da un  utilizzo strumentale depauperante (relazione io – esso) dell’altro. Nella relazione Io – Tu si crea un contenitore positivo dove attingere per trarre un senso di pienezza esistenziale, dove può emergere non tanto che cosa è ciascuno, ma chi è.
La relazione Io – Tu è fondamentale nella relazione di Counseling, in cui durante il processo relazionale avviene il  Tu che mi guardi, tu che mi racconti, per ricordare il titolo di un importante libro di filosofia della narrazione scritto da Adriana Cavarero. E’ attraverso l’incontro “pieno” della diade counselor - cliente, grazie alla relazione empatica, autentica e genuina tra counselor e cliente,  che  quest'ultimo  apprende forme inedite e funzionali di stare al mondo e che potrà riportare fuori la seduta nella sua vita quotidiana. In questo luogo protetto –il setting di counseling- (come può accadere in un’altra relazione significativa, si pensi ad un’amicizia importante) il cliente può  “disvelarsi”, apprendere a fare parresia, fare verità di sé a sé attraverso l’ascolto profondo ed empatico del counselor (“poiché vengo ascoltato apprendo ad ascoltarmi”), a fare chiarezza, ad operare un rischiaramento della propria esistenza per apprendere sempre più, ad  “abitare” nella propria verità e nella pienezza di significato.


Vi è un momento della vita in cui si smette di cogliere i fiori che sono nei campi per “possederli” e si gode di poterli ammirare nel luogo in cui si trovano. Quel momento segna, sia pure in modo riduttivo e modesto, il momento di passaggio dal godere ciò che si possiede al godere delle cose indipendentemente dal loro possesso: un godimento legato al solo fatto che ci sono e noi possiamo essere gratuitamente partecipi della loro presenza” 
Ferdinando Montuschi da “Fare ed essere”, p. 149, Cittadella Editrice.