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Dott. Andrea Duranti
Roma, Italy
Filosofo, Counselor della Gestalt, secondo il modello integrato, rogersiano, gestaltico e analitico transazionale. Counselor filosofico. Esperto di comunicazione interpersonale e sviluppo delle relazioni umane. Iscritto al CNCP (Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti)-numero iscrizione 2790 - e all'Upaspic. Agevolo gruppi sull'autostima, l'assertività, la coppia e la comunicazione efficace. Uno dei miei interessi di studio è l'uso della metafora e del linguaggio analogico nel counseling. Esercito la libera professione come counselor. Ricevo per colloqui individuali e di gruppo a Roma. Sono operatore del C.I.A.O. (Centro internazionale di orientamento e di ascolto) presso l'A.E.Me.F. di Roma e del C.A.O. (Centro di Ascolto e di Orientamento) dell'Aspic di Roma.
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martedì 10 novembre 2009

Laboratorio: "L'Agilità Relazionale" I modulo, sabato 21 novembre 2009 a Roma.



L'Associazione "Spazio Etico" presenta:


Laboratorio "L'Agilità Relazionale"Sabato 21 novembre 2009, a Roma.

Programma del laboratorio:

15 - 17: "Sviluppare la propria autostima"

Il tè delle cinque: pausa equosolidale.

17,30 - 19,30: "L'assertività e la comunicazione efficace".

Obiettivo del laboratorio: Migliorare il modo di relazionarsi con gli altri attraverso la conoscenza e l'approfondimento di sè, utilizzando tecniche dell'Analisi Transazionale e della Gestalt.
Si rilascerà un attestato di partecipazione.

Le iscrizioni saranno accolte entro mercoledì 18 novembre.

Il laboratorio ha un costo di 35 euro + tessera associativa (5 euro).
Il laboratorio si svolgerà nella sede legale dell'associazione di promozione sociale "Spazio Etico", in Via Arona, 67, 00166 Roma.
www.spazioetico.it
info@spazioetico.it

Counselor: Dott. Andrea Duranti 339/6702574
Dott.ssa Alessia Damiani 347/8906368

Tutor: Dott.ssa Ileana Moriconi 328/3688015

martedì 8 settembre 2009

La Coppia: 1+1=3 e il suo Ciclo di Vita.




La vita della coppia spesso vive dei periodi di crisi che i membri della stessa hanno difficoltà a gestire. Come si spiega che il compagno/a che avevamo scelto un tempo come il partner della nostra vita non si accordi con i nostri bisogni ed aspettative? Cosa si nasconde dietro questi momenti di crisi della coppia? Esistono delle crisi fisiologiche che la coppia inevitabilmente attraversa?
Per cogliere la natura di tale fenomeno è utile prendere in considerazione il lavoro di E. Bader e P. Pearson nel libro “In Quest of the Mytical Mate”, (Alla ricerca del compagno mitico), (1988). Nel lavoro proposto dagli autori questo è un modello conoscitivo della coppia e per questo invito il lettore a prenderlo come tale. Ovvero non come uno schema che esplicita la verità di come stanno le cose nel ciclo della coppia, come la coppia è (modello ontologico) bensì come “una lente” per leggere una verità sulla coppia (modello epistemologico), avendo così in mano una “chiave di lettura” in più per comprendere tale fenomeno. Questa consapevolezza permette di lasciare che la coppia singola rimanga tale nella sua unicità.
Nel loro modello del ciclo di vita della coppia ipotizzano che le fasi evolutive della coppia ripercorrono le fasi di sviluppo della prima infanzia, secondo il modello evolutivo della psicoanalista Margaret Mahler, (fase autistica da zero a due mesi, fase simbiotica da tre a sei mesi, fase della separazione individuazione: a) differenziazione da sei a nove mesi, b) sperimentazione da dieci a diciassette mesi, riavvicinamento da diciassette a trentasei mesi, oggetto e costanza di sé dai trentasei mesi) in quanto il legame di coppia è un comportamento di attaccamento che ripropone modalità analoghe a quelle sperimentate nel rapporto precoce con la figura di attaccamento principale, che solitamente è la madre biologica o il caregiver del bambino (teoria dell’attaccamento di J. Bowlby).
La coppia quindi, come il bambino dai zero ai tre anni, attraversa inizialmente la fase della simbiosi, poi quella di differenziazione, di sperimentazione, di riavvicinamento e di mutua interdipendenza. Non sempre l’evoluzione riesce a completarsi, e questo significa l’insorgenza di problematiche più o meno dolorose, o la rottura del rapporto. Così scrivono E. Bader e P. Person nel loro manuale: “Sfortunatamente per molte coppie non accade che si proceda con successo attraverso le fasi di sviluppo[…]un membro della coppia può sperare di mantenere continuamente la relazione come fusione simbiotica, mentre l’altro può richiedere supporto ed incoraggiamento per un’attività indipendente. Ciò crea tensione nella relazione a seguito della posizione delle due persone in due fasi differenti”.
Occorre tener presente che la crescita del matrimonio è come la crescita dell’individuo e consiste in un processo senza fine di alternanza dialettica tra unione, con il relativo pericolo di schiavitù e individuazione con il rischio dell’isolamento. Non vi è soluzione a questo processo senza fine, a quest’alternanza tra appartenenza e separazione.
Questo processo in ogni caso comporta tempi e modalità d’evoluzione che sono propri, e unici di “quella” specifica coppia.
Vediamo brevemente in una descrizione analitica il ciclo di vita della coppia.



IL CICLO DI VITA DELLA COPPIA

Voglio poterti amare senza aggrapparmi, apprezzarti senza giudicarti, raggiungerti senza invaderti, invitarti senza insistere, lasciarti senza senso di colpa, criticarti senza biasimarti, aiutarti senza umiliarti; se vuoi concedermi la stessa cosa allora potremo veramente incontrarci ed aiutarci reciprocamente a crescere”. (Virginia Satir)


1)IL DELIRIO PASSIONALE: LA SIMBIOSI

Mettimi come sigillo sul tuo cuore […] perché forte come la morte è l’amore” (Cantico dei Cantici, 8, 6)

Questo tipo di contratto relazionale è caratterizzato da un’idealizzazione molto spinta dell’altro. Questa è la fase del cosiddetto “innamoramento” in cui si crede di aver trovato l’uomo o la donna giusti per fare coppia, in cui fra tutti si è privilegiato un individuo dal quale ci si sente inspiegabilmente attratti, affascinati, rapiti sia sessualmente che emotivamente, che intellettualmente. Certe caratteristiche dell’altro hanno un fascino straordinario come gli occhi, le mani, il modo di camminare, ecc., l’altro corrisponde al proprio modello ideale di partner.
Da innamorati si percepiscono solo le somiglianze, si annullano le differenze, si attribuisce più fiducia all’altro che a se stessi, si delega all’altro la soddisfazione dei propri bisogni, si prova la sensazione che la volontà dell’altro sia la propria e che i progetti di vita siano identici.
E’ la fase in cui diciamo all’amato: “Ti amo perché ho bisogno di te!”

2)LA DELUSIONE – SEPARAZIONE: LA DIFFERENZIAZIONE

Questo è lo stadio successivo a quello simbiotico nell’evoluzione della coppia. La differenziazione è conseguenza alla delusione che l’altro non è la figura idealizzata creata nella fase di innamoramento. Questa fase è anche detta del “risveglio”: aprire gli occhi per vedere l’altro nella sua verità, si smette di sognare che l’altro sia ciò che si desidera, ci si accorge che si è voluto l’altro vicino per essere ciò che l’altro è e questo era possibile solo nel “sogno romantico”. E’ la fase in cui i membri della coppia cominciano a dirsi di “no”, ma sentono angoscia nel pensarsi separati. Il risveglio suscita sentimenti contraddittori: da una parte è deludente constatare le differenze, le divergenze, constatare che l’altro non è l’interprete fedele del mio progetto ideale; dall’altra può diventare gratificante scoprire l’altra persona nella sua unicità. Queste potrebbero essere le parole che in sintesi potrebbero scambiarsi i partner di una coppia che si sente in crisi in questa fase del rapporto, quella della “differenziazione”, se riuscissero a mantenere una sufficiente tranquillità: “Non sono più l’unica e la sola per te, che sembri sempre meno desideroso di essere un tutt’uno con me; e tu sembri sempre più così differente dall’immagine ideale che ho visto all’inizio, quando ho pensato che avevo finalmente raggiunto la felicità senza fine.”. In pratica una coppia evolve dallo stato simbiotico a quello della differenziazione quando uno dei partner si sposta al di là dello stato simbiotico, e comincia l’auto-riflessione. Comincia a pensare in maniera indipendente e vi è uno spostamento verso l’introspezione per una ricerca del senso di sé, di un senso più profondo di sé. Il partner non viene più visto come la sorgente dell’auto-consapevolezza.
Le difficoltà diventano più intense quando uno dei due non è pronto, e mette in atto tutti i tentativi per mantenere lo status quo. In questo caso il cambiamento viene visto come un segnale di deterioramento patologico del rapporto, anziché come un naturale processo evolutivo. Si pensa di avere sbagliato persona, o di avere sbagliato ad impostare il rapporto. In quest’ottica, non deve meravigliare che molti decidano di instaurare una relazione con un’altra persona, per rivivere il momento magico dell’innamoramento, convinti che questa volta andrà meglio.
Nel film d’Ingmar Bergman “Scenda un matrimonio”, è magistralmente narrata una classica evoluzione del rapporto di coppia dove le difficoltà nel capire e poi gestire il processo di passaggio dalla simbiosi alla differenziazione, rendono particolarmente dolorosa l’evoluzione, come appare nel frammento che segue:

Marianne: “….Pensa a quell’estate quando facemmo il giro del Mediterraneo e avevamo con noi le figlie piccole nella tua vecchia macchinetta, e la sera rizzavamo la tenda. Ricordi quelle notti d’agosto sulla costa spagnola, quando dormivamo a cielo scoperto, stretti tutti e quattro? E stavamo tanto caldi!”
Johan: “E’ inutile piangere sul latte versato. Le figlie crescono. Si rompono le relazioni. L’amore prende fine, come la tenerezza, l’amicizia, la solidarietà. Non c’è niente di straordinario. E’ così”.
Marianne: “A volte penso che tu ed io siamo stati come due bambini nati con la camicia, favoriti dalla sorte e poi viziati; che abbiamo perduto le nostre risorse e ci siamo ritrovati poveri, amareggiati e stizziti. Dobbiamo aver commesso un errore da qualche parte, e non c’è nessuno che possa dirci dov’è che abbiamo sbagliato”.
Johan: “Ti dirò una cosa piuttosto banale. In materia di sentimenti noi siamo degli analfabeti. E il fatto triste è che ciò riguarda quasi tutte le persone….”

In questo frammento è evidente come la fine della simbiosi è vissuta dai due come un segno che è stato fatto un qualche errore e come un’evoluzione patologica del rapporto. Nel film, come spesso accade nella vita reale, il protagonista (Johan) tenta di risolvere il suo senso d’insoddisfazione nel rapporto instaurando una relazione extraconiugale, che viene ad un certo punto comunicata improvvisamente alla moglie. La magia del nuovo innamoramento dà a lui un’illusione di avere risolto i problemi che stava attraversando, mentre lei cade nel più profondo sconforto. Ma anche il nuovo rapporto prevede che anche lì la simbiosi non duri in eterno, e Johan e Marianne si ritroveranno a doversi confrontare per capire. Si ritroveranno come persone diverse. Hanno attraversato entrambi la valle di lacrime e l’hanno resa più ricca di sorgenti. S’inseriscono nella realtà in una maniera diversa. Infatti, la fine della simbiosi e l’evoluzione nelle fasi successive comporta la riscoperta di se stessi nel mondo, con tutte le possibilità che nascono dall’entrare più profondamente nella realtà. Questo non significa la fine del sentimento in quel rapporto. Anzi, la accresciuta fiducia in sé e nell’altro, dà la possibilità di godere in modo più libero il nostro essere su questa terra. Il passaggio dalla differenziazione alle fasi successive ha il vantaggio di sperimentare la cosiddetta “costanza dell’oggetto amato”, la fiducia che ci consente di non avere bisogno di tenere l’altro sotto controllo. La gioia di potersi nutrire dalla relazione con l’altro piuttosto che dover nutrire il bisogno di non far fuggire l’altro. (Enrico Loria)

3)LA SPERIMENTAZIONE: L’ESPLORAZIONE

"La fedeltà non è un dovere, un impegno limitante e sofferto. E' una scelta rinnovata ogni giorno, un dono fatto all'altro che vi risponde liberamente.(Elisabetta Baldo)"

In questa fase del ciclo vitale della coppia è molto difficile scendere a compromessi, negoziare, perché c’è distacco emotivo. Caratteristica saliente di questa fase è “la distanza”, la coppia è competitiva e non c’è empatia: è lo stadio in cui prevale il’me me me’. Nessuno dei due partner vuole mollare, combattono e discutono in modo non pacifico, non c’è connessione emotiva. E’ importante in questa fase per poter giungere a quella successiva assumersi la responsabilità della propria rabbia.

4)L’ACCETTAZIONE: IL RIAVVICINAMENTO E L’INTERDIPENDENZA

"…Non è amor l’amore che cambia quando trova un cambiamento, che si allontana quando l’altro si allontana. Oh no! E’ un faro fisso per sempre, che guarda la tempesta senza essere scosso.” (Shakespeare, sonetto CXVI)

Si giunge ad un nuovo contratto relazionale ben diverso da quello simbiotico. Si torna dal partner per risolvere i conflitti insieme. I due elementi della coppia sono indipendenti, ma allo stesso tempo sono in grado e vogliono dare all’altro. E’ la fase in cui si scopre che il difetto dell’altro fa sorridere, è la fase in cui se i due discutono lo fanno sui contenuti e non sulla persona. E’ la fase in cui si dice all’altro: “Ho bisogno di te perché ti amo!”
Ecco allora la domanda che libera: “Mi Ami?” – in altre parole sei disposto/a a lasciarmi essere come sono e a venirmi incontro per quanto ti è possibile?”. “Ti amo” significa: “Faccio altrettanto”.
Questo processo è ben illustrato nell’invito che propone G.K Gilbran, ne “Il profeta”, quando parla del matrimonio. Così dice: “Amatevi vicendevolmente, ma il vostro amore non sia una prigione: lasciate piuttosto un mare ondoso tra le due sponde delle vostre anime[…]come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica”.



Concludo questo post con un pensiero di Carl Rogers. In Becoming parners (1972)Rogers descrisse quattro condizioni centrali per la costruzione di una relazione di coppia soddisfacente:

1)Impegno, come interesse comune ad arricchire costantemente la vita di coppia anche attraverso il cambiamento.
2)Comunicazione, come strumento di condivisione di qualsiasi sentimento e come mezzo di comprensione dei pensieri e sentimenti dell’altro.
3)Dissoluzione dei ruoli, ovvero la possibilità piacevole di vivere secondo le proprie scelte piuttosto che le aspettative e i ruoli imposti.
4)Diventare due Sé distinti, che significa promuovere la scoperta di sé incoraggiando la crescita di entrambi.

Le relazioni che funzionano hanno in comune alcuni fattori che sono decisivi per la loro riuscita. Vediamo quali:

1)Continuità di presenza.
2)Possibilità sempre aperta di parlarsi, in pratica non solo scambiarsi informazioni, ma soprattutto esprimere pensieri ed emozioni.
3)Saper ascoltare la voce dell’altro, saperne leggere l’espressione, i gesti, i sottintesi.
4)Buon contatto affettivo che si esprima in effettiva vicinanza, fatta di tenerezza, attenzioni concrete, carezze, sguardi.
5)Entrare in empatia con l’altro (mettersi nei panni dell’altro per capirlo meglio)
6)Avere vivi interessi in comune che permettano di arricchirsi facendo delle cose assieme.
7)Buona comunicazione erotica e sessuale.
8)Impegno di vivere e crescere insieme.
9)Rispetto dell’individualità e dell’autonomia dell’altro.
10)Reciprocità di tutti questi fattori.


Segnalo un libro molto bello e pratico sulla coppia di due Counselor Rogersiani:
Patty Howell, Ralph Jones, "Relazione di coppia efficace, creare il rapporto desiderato", Edizioni La Meridiana.

martedì 7 luglio 2009

Il Cambiamento di sè.



"Solo se mi accetto come sono, posso cambiare" Carl Rogers.

Dopo la Consapevolezza di Sè, il passo successivo è il Cambiamento.
Il Cambiamento praticabile nel proprio percorso di crescita e sviluppo personale è quello che parte da noi stessi. Gli altri cambieranno, probabilmente, in relazione e in risposta ai cambiamenti che percepiscono in noi. Quindi la regola numero uno è non pretendere che l'altro/a (partner, amico/a) cambi per noi.
Secondo lo psicologo Michael Mahoney, esistono delle regole e principi fondamentali, il mancato rispetto dei quali fa sì che qualsiasi strategia di cambiamento sia destinata a fallire. Vediamo quali sono:

1. Abbiate il coraggio di amarvi in un mondo che non vi garantisce nulla.
2. Fate attenzione a ciò che sentite: se non vi piace è segno che non state ottenendo ciò di cui avete bisogno.
3. Nessuno meglio di voi possiede le risposte ai vostri problemi di vita.
4. Prima di azzardare un cambiamento, fate un elenco delle cose peggiori che possono capitarvi in conseguenza di esso.
5. Mentre attuate il cambiamento, complimentatevi con voi stessi del coraggio che dimostrate.
7. Se ciò che fate non vi conduce alla meta desiderata, provate qualcosa di diverso.
8. Se volete sperimentare qualcosa di nuovo, non limitatevi a pensarci su, ma compite delle azioni concrete.
9. Valutate i risultati e, qualunque essi siano, congratulatevi comunque con voi stessi per averci provato.
10. Se fallite, ricominciate di nuovo dal punto 1.

Occorre ricordare che un vero e profondo cambiamento richiede tempo ed è composto da tanti piccoli passi.

E' possibile prefissarsi di crescere ed espandersi in più direzioni diverse. Ad esempio:

1. Parlare in prima persona.
2. Fidarsi maggiormente di ciò che si sente.
3. Chiedere aiuto qualche volta.
4. Fare qualcosa che non si è fatto da molto tempo.
5. Esplorare, conoscere nuove persone.
6. Vestirsi in modo attraente.
7. Essere più realisti.
8. Fare qualcosa molto bene, impiegandovi tutto il tempo necessario.
9. Assumersi la responsabilità di una situazione.
10. Sperare, provare e senza scoraggiarsi ripetere.
11. Non credere che tutto ci sia dovuto.
12. Distanziarsi qualche volta, dai genitori.
13. Essere più assertivi e meno rassegnati.
14. Guardare chi ci circonda invece di fuggire senza sosta.
15. Permettere a se stessi di desiderare, amare e farlo sapere.

Auguro a voi tutti lettori di questo blog una felice estate ricca di cambiamenti positivi e di momenti buoni per nutrire ed attivare il nostro Stato dell'Io Bambino Naturale-Libero che a volte nella quotidianità viene messo a KO dalle attività quotidiane dello stato dell'io Adulto.
Buona Estate!

venerdì 17 aprile 2009

E quando la coppia litiga, che fare?




Ecco un compito che i coniugi Serge e Anne Ginger, due terapisti francesi della Gestalt, offrono alla coppia per superare i momenti d’ incomprensione ed evitare di ferirsi inutilmente.

● Quando litigate, concedete 10 minuti cronometrati di parole al vostro partner, senza interromperlo in ascolto attento e senza “diritto di risposta” (così, non si distacca dall’ascolto, per preparare la risposta o la difesa).
Eventualmente, ci si può accontentare di riformulare ciò che si è capito, con le proprie parole, per assicurarsi di aver ben compreso, ripetendo le parole forti o cariche che si ricordano. “Tu mi hai detto che…tu hai insistito su…Tu hai utilizzato la parola”.
Bisogna sopratutto evitare di reclamare i propri 10 minuti per “ristabilire la verità”.
Non si tratta di ricercare la verità, ma di percepire il sentire dell’altro, qualsiasi esso sia, di riconoscergli il diritto di espressione.
Ovviamente, un in un’altra occasione sarà l’altro componente della coppia ad esprimersi, evitando così la scalata infinita e senza uscita di argomentazioni e controargomentazioni.

Questo esercizio è biograficamente narrato, nel libro di Milton H. Erickson, “La mia voce ti accompagnerà”, quando racconta del matrimonio dei suoi genitori sposati per quasi settantacinque anni.
Così narra: “ Quando eravamo sposati da poco, mia moglie chiese a mia madre: “Quando tu e papà siete in disaccordo, che succede?”
“Io dico liberamente la mia, poi me ne sto zitta”, rispose mamma.
Allora lei uscì in giardino, e chiese a mio padre: “Che facevi, quando tu e mamma eravate in disaccordo?”. “Dicevo quello che dovevo dire, e poi me ne stavo zitto”, rispose mio padre.
“Beh e poi che succedeva?” chiese Betty.
“L’uno o l’altro di noi faceva a modo suo. Funzionava sempre” disse mio padre.


Nella coppia come nelle relazioni umane in senso lato, occorre saper attivare un ascolto profondo-attivo ed empatico nella comunicazione.
Nell’affrontare argomenti delicati, attivare un dialogo rispettoso.
Lo psicosociologo Jacques Salomè raccomanda qualche regola di “igiene relazionale”.
Sono da evitare i comportamenti verbali che formano una sorta di muro tra i due partner.
Vediamo quali.

● Le ingiunzioni: che dicono al partner cosa fare, invadendo la sua libertà. (“Devi perdere questa abitudine”, “Dovresti dimagrire”).

● Le dequalificazioni: che danneggiano la stima di sé (“Non sei abbastanza femminile”, “Non capisci mai niente”).

● Il ricatto affettivo: che rende l’altro responsabile delle nostre sofferenze. (“Dato che mi hai rifiutato questo favore esco da solo”).

● Le accuse che cominciano con il “tu”: poiché uccidono il dialogo e creano l’innalzamento delle difese nell’altro. Invece di dire “Tu non mi consideri mai”, è meglio dire “Non mi sento considerata da te”.

Ecco alcune regole pratiche per un bisticcio innocuo e produttivo.

1) Determinare l’oggetto della controversia
2) Limitare l’oggetto della controversia
3) Non interrompere colui che accusa
4) E’ vietato ritorcere un’accusa diversa contro l’altro.
5) Concordare il luogo e il tempo dove “affrontarsi”
6) Evitare di fare ricorso al museo coniugale
7) Non superare la soglia di vulnerabilità dell’ altro
8) Considerare il litigio come il risultato di condotte reciproche e non come “è tutta colpa dell’altro”.


Mi piace gustare con voi questo pensiero di una terapeuta della coppia:


"Il mio lavoro consiste nel passare ore ad ascoltare storie. Sono venticinque anni che lo faccio e non sono ancora stanca. E’ di certo il mio modo per contemplare il mistero della vita. Il dolore, le rabbie, lo sconforto, le paure e le rinascite a cui mi espongo finiscono per svegliare in me una commozione che mi fa sentire vicina al cuore delle cose. E lì, incontro una pace. Non è sempre stato così. Per anni paladina, ho cercato di mettere io la pace nei cuori altrui. Poi col tempo, ho addomesticato il mio orgoglio, ho imparato a tollerare la fragilità e a fidarmi dello smarrimento. Nell’ascolto a donarmi. Ho imparato sulla pelle che dove c’è ordine c’è dolore. Così le vite ragionevoli hanno smesso di interessarmi e il caos di farmi paura".

Anna Fabbrini

sabato 21 febbraio 2009

L'alfabeto dei sentimenti, ovvero l'agilità relazionale.




Due anni fa, ho tenuto un laboratorio con una collega, sulle emozioni e la loro espressione, ovvero il tema di come stare nella relazione con l'altro, in modo "comodo", "agile".
Nel percorso formativo di ognuno di noi, a scuola, ci hanno insegnato tante materie, ci hanno passato parecchi contenuti teorici, sappiamo tante nozioni, ma non ci hanno insegnato "l'Arte delle Relazioni Umane", ovvero come stare con l'altro, in modo nutriente per entrambi al di la delle svalutazioni, di sè, dell'altro o dell'ambiente. Questo clima ecologico può permettere all'individuo di essere in un ambiente ok per lui, dove sviluppare un sano senso di sè.

Vediamo insieme, qualche affermazione informativa sui sentimenti.

1. Tutti provano sentimenti.
2. Alcune persone non sono in contatto con i propri sentimenti.
3. Ogni sentimento ha la sua controparte somatica.
4. Il sentimento non dissipa energia. La repressione automatica del sentimento dissipa energia.
5. La negazione di un sentimento non lo elimina.
6. L'identificazione e l'accettazione di un sentimento distruttivo, ad esempio la paura, tendono a diluirlo.
7. L'identificazione e l'accettazione di un sentimento lo pongono sotto il controllo cognitivo.
8. Tutti i sentimenti sono misti, non sono mai puri.
9. E' più facile cambiare il sentimento attraverso la modifica del comportamento che modificare il comportamento cambiando il sentimento.
10. Le istituzioni tendono a temere e quindi a sopprimere i sentimenti.
11. Nelle relazioni umane, la comunicazione del sentimento è più importante della comunicazione razionale.
12. E' OK sentire tutto quello che si sente, "E' perfino OK, non sentirsi OK" (Questo è il primo passo per guarire da reazioni depressive o compulsive).
13. E' OK pensare, mentre provate un sentimento.
14. E OK fare mentre pensate e sentite.
15. E' OK godere mentre fate, pensate e sentite.
16. E' Ok rilassarsi mentre godete, fate pensate e sentite.

H.D. Johns propone una "Scala dei sentimenti".
Si tratta di un percorso che permette alla persona di riappropriarsi dei propri sentimenti, per conservare su di essi un controllo cognitivo.

Vediamo la scala.

1. Venire in contatto con i propri sentimenti.
2. Individuare il sentimento. E' Ok lasciarsi "uno spazio ed un tempo per sentire", per ascoltare le risonanze interne di quanto avviene all'esterno.
3. Far affiorare il sentimento.
4. E' OK assumersi la responsabilità di decidere, come comportarsi in presenza di questa chiara sensazione. Potrò decidere di verbalizzare, esprimere, diluire o reprimere il sentimento. In quest'ultimo caso si tratta di una repressione deliberata che non va confusa con la repressione automatica.

Essere in contatto con la propria vita emotiva, attraverso l'intelligenza emotiva, è una risorsa che ci da la possibilità di muoverci nell'ambiente in modo funzionale e agile.
Per Essere ed Esserci in accordo fluido tra il proprio Sè e l'ambiente.

venerdì 23 gennaio 2009

Il capo e la Guida, ovvero la leadership autoritaria e la leadership autorevole.



Il Capo conduce i suoi uomini,
la Guida li ispira.

Il Capo conta sull'autorità,
la Guida conta sullo zelo.

Il Capo suscita paura,
la Guida irradia amore.

Il Capo dice "Io",
la Guida dice "Noi".

Il Capo indica chi ha sbagliato,
la Guida indica cosa è sbagliato.

Il Capo sa cosa bisogna fare,
la Guida sa come bisogna farlo.

Il Capo esige rispetto,
la Guida incute rispetto.

P.s. Chi è in un ruolo istituzionale di superirorità, se non ha affrontato il proprio non Ok, tenderà per compensazione illusoria a recuperare il senso di Okness, giocando a Io +, Tu -, ma in realtà crea solo disagio all'esterno,non volendo affrontare il proprio Non Ok, non volendosene prendere cura,pensando di essere un Principe, ma in realtà Ranocchio resta.

domenica 28 dicembre 2008

Qualche volta è necessario un vero Salvatore! La Parabola dell'Aquila e delle galline.

Vi propongo la lettura della "Parabola dell'aquila" di James Aggrey. E' una potente metafora che porta alla luce come una persona può identificarsi in un copione perdente e può sempre, in qualsiasi età e condizione si trovi, decidere di vivere secondo le proprie potenzialità di vincente.
Epicuro rende bene questo pensiero con la seguente affermazione nella "Lettera a Meneceo": "Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità".

Buona lettura e Buon 2009 a tutti i lettori!






Un giorno un contadino, attraversando la foresta, trovò un aquilotto, lo portò a casa e lo mise nel pollaio, dove l'Aquilotto imparò presto a beccare il mangime delle galline e a comportarsi come loro. Un giorno passò di là un naturalista e chiese al proprietario perché costringesse l'Aquila, regina di tutti gli uccelli, a vivere in un pollaio. "Poiché le do da mangiare, le ho insegnato ad essere una gallina, l'Aquila non ha mai imparato a volare, si comporta come una gallina e dunque non è più un'aquila", rispose il proprietario e il naturalista: "Essa si comporta esattamente come una gallina, quindi non è più un'Aquila, tuttavia possiede il cuore d'un Aquila e può sicuramente imparare a volare". Dopo aver discusso della questione i due uomini si accordarono per verificare se ciò era vero. Il naturalista prese con delicatezza l’Aquila fra le braccia e le disse: "Tu appartieni al cielo e non alla terra, spiega le tue ali e vola". L’Aquila tuttavia era disorientata, non sapeva chi era e quando vide che le galline beccavano il grano saltò giù per essere uno di loro. Il giorno seguente il naturalista portò l'Aquila sul tetto della casa e la sollecitò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, apri le tue ali e vola". Ma l'Aquila ebbe paura del suo sé sconosciuto e del mondo e saltò giù nuovamente tra il mangime. Il terzo giorno il naturalista si alzò presto, prese l'Aquila dal pollaio e la portò su un alto monte. Lassù tenne la regina degli uccelli in alto nell'aria e la incoraggiò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, tu appartieni tanto all'aria quanto alla terra. Stendi ora le tue ali e vola". L’Aquila si guardò attorno, guardò di nuovo il pollaio e poi il cielo e continuava a non volare. Allora il naturalista la tenne direttamente contro il sole e allora accadde che essa incominciò a tremare e lentamente distese le sue ali. Finalmente si lanciò con un grido trionfante verso il cielo.
Può darsi che l’Aquila ricordi ancora le galline con nostalgia, può persino accadere che visiti di quando in quando il pollaio. Tuttavia per quanto si sappia non è mai ritornata e non ha più ripreso a vivere come una gallina. Era un'Aquila sebbene trattata ed addomesticata come una gallina!