mercoledì 18 dicembre 2013

L’uso della metafora nel Counseling, ovvero il linguaggio analogico nel setting.




L'AMORE E' UN VIAGGIO
Ma le metafore non sono puramente cose da oltrepassare. Infatti uno può vedere al di là di esse usando altre metafore. E’ come se la capacità di comprendere l’esperienza attraverso la metafora fosse un senso, come la vista, o l’udito o il tatto”.
G. Lakoff, M. Johnson


Il Counseling è un termine inglese praticamente intraducibile nella lingua italiana, se non in forma eccessivamente letterale di consulenza. Esso è una forma di relazione di aiuto, che insieme alla psicoterapia, pur differenziandosene, ha lo scopo di offrire al cliente, l’opportunità di esplorare, scoprire e rendere chiari gli schemi di pensiero e di azione, per vivere “più ingegnosamente”, essendo cioè capace di fare un miglior uso delle proprie risorse rispetto ai propri bisogni e desideri (Giusti-Mattachini-Merli-Montanari 1993 p.9).
E’ interessante consapevolizzare per il counselor come la metafora può essere il linguaggio analogico in grado di far cambiare schemi – percettivo disfunzionali nel cliente. La metafora utilizza lo stesso modulo epistemico del counselor. Essa può sottolineare qualcosa, suggerire una soluzione, abbassare la critica, accrescere le motivazioni, ristrutturare una situazione: “La metafora è uno dei mezzi più adatti alla ristrutturazione per il cambiamento di contesto perché fa percepire in modo diverso una determinata esperienza e ciò fa cambiare l’interpretazione e quindi anche il significato di quella stessa esperienza” (A. Pacciolla 1991 p. 92). Allo stesso modo l’approccio semi-direttivo, debitore della filosofia rogersiana, agisce aiutando il cliente ad autoesplorarsi. La metafora agendo indirettamente nella comunicazione agevola l’insight nel cliente. Si pensi a determinate persone le quali innalzano subito la critica o oppongono resistenza rispetto a idee che vengono presentate in modo diretto: “La metafora è una comunicazione analogica che permette al cliente di riconoscere sé stesso, i suoi problemi e le possibili nuove alternative in modo indiretto e senza alcuna minaccia[…]La metafora dovrebbe essere un contenitore accettabile che maschera un contenuto che potrebbe essere rifiutato. E’ come lo zucchero e il colorante per meglio mandar giù una pillola amara ma utile” (A.Pacciolla 1991 pp. 80 – 262).
 Mentre si dà alla mente conscia un messaggio (in forma di concetti, idee, storie, immagini) che la tiene “occupata”, si invia di nascosto alla mente inconscia un altro messaggio terapeutico tramite l’implicazione e la connotazione. Mentre la mente conscia è all’ascolto degli aspetti letterali dell’aneddoto, le suggestioni accuratamente predisposte che vi sono inframmezzate attivano associazioni inconsce e significati variabili che “traboccano” infine nella coscienza [Erickson e Rossi 1976 p. 509].
In questo articolo viene presa in considerazione l’ipotesi che la metafora può essere uno strumento utile al fine del cambiamento voluto dal cliente “La metafora deve invitare simbolicamente e delicatamente il cliente ad accorgersi che intorno a lui vi sono migliori opzioni e possibilità. Il simbolismo deve aiutare il cliente a convincersi, senza spaventarsi, che il cambiamento è possibile[…]La metafora è efficace perché invita il soggetto a ricercare una risposta con una modalità insolita: rispondere ad una situazione simile alla sua ma al di fuori del suo contesto” (A. Pacciolla 1991 pp. 74 e 88). Il linguaggio figurato è un efficace strumento nei processi di cambiamento, in quanto, utilizzato nel “momento opportuno” dal counselor, può creare nella mente del cliente spazi di possibilità e azione, che prima non erano attivi nel suo campo esistenziale. La metafora ha il potere di ristrutturare, attraverso un “corto circuito mentale”, l’orizzonte del soggetto: “La metafora[…]deve invitare simbolicamente e delicatamente il paziente ad accorgersi che intorno a lui vi sono migliori opzioni e possibilità. Il simbolo deve aiutare il paziente a convincersi, senza spaventarsi, che il cambiamento è possibile” (A. Pacciolla 1991 p. 74). La metafora così intesa non è un mero esercizio letterario o poetico, come è stata intesa per millenni secondo l’ipotesi aristotelica. E’ piuttosto, come sostengono G. Lakoff e M. Johsono,  il modo attraverso il quale strutturiamo i concetti e la realtà.
La metafora, secondo George Lakoff e Mark Johnson, è un fenomeno di pensiero, prima che evento linguistico, in grado di strutturare, comprendere ed informare le nostre esperienze: “La metafora è in primo luogo una questione di pensiero e azione e solo in modo derivato una questione di linguaggio” (G.Lakoff, M.Johnson 1998b pp. 180 – 190).
La metafora, secondo la linguistica cognitiva, rappresenta un dispositivo cognitivo che affonda le proprie radici a livello dell’apparato senso–motorio e in schemi preconcettuali (image schemata) in grado di strutturare, orientare il nostro pensiero e conferire senso alle nostre azioni quotidiane. George Lakoff e Mark Johnson corroborano la propria teoria riferendosi a ciò che avviene dal punto di vista neurale, ovvero descrivono la formazione delle mappature incrociate come derivanti da una continua ripetizione di pattern all’interno del sistema cerebrale. L’enunciato linguistico altro non è che un epifenomeno dell’attività cognitiva ovvero la realizzazione concreta delle metafore cognitive soggiacenti nel pensiero. L’analisi di come è costruita la mappatura metaforica e la sua conoscenza facilita il counselor nella creazione e costruzione di nuove metafore per il cliente: “Non è tanto importante ripetere delle buona metafore […]quanto invece saper inventare o creare  o confezionare su misura delle adatte e appropriate[…]Non c’è nulla di più convincente che una storia o un esempio conforme ai principi e ai processi mentali dell’interlocutore”. (A.Pacciolla 1991 p. 92). Il counselor è allora, come un sarto che confeziona  su misura l’abito essendo egli in grado di riconoscere il tipo di personalità del cliente da come egli ama vestirsi. La storia narrata dal counselor dovrà essere strutturata a partire da un isomorfismo con la configurazione dei vissuti del cliente: “La metafora isomorfica è quella che ha un parallelismo strutturale che ricopia una situazione in trattamento. Ad una signora che ha il problema di due figlie che si accapigliano le si dovrebbe parlare di un giardiniere che dovrebbe curare due roseti che si arruffano e s’ingrovigliano reciprocamente” (A. Pacciolla 1991 p. 89). Conoscere la struttura delle mappature metaforiche, agevola la consapevolezza nell’operatore al crearne di nuove e non solo alla comprensione di quelle già presenti nel sistema metaforico del cliente. Analizziamo la struttura della metafora  IL TEMPO E’ DENARO.
George Lakoff e Mark Johnson, per descrivere l’influenza della cultura nella strutturazione dell’esperienza, analizzano il modo in cui viviamo il TEMPO. Nella moderna cultura occidentale “viviamo” il TEMPO ricorrendo  alla metafora concettuale IL TEMPO E’ DENARO.
          Le espressioni linguistiche che rivelano la presenza di questa metafora concettuale sono:
          Mi stai facendo perdere del tempo.
          Come spendi il tuo tempo?
          Quella gomma a terra mi è costata un’ora.
          Sta finendo il tempo a tua disposizione.
          Ho perso parecchio tempo quando ero malato.
          Vale il tempo che ci perdi.
          Non stai usando il tuo tempo in modo proficuo.
          In questo modo risparmieremo alcune ore.

Il tempo è considerato nelle moderne società industriali alla stregua di una merce di valore, dunque ci comportiamo come se il tempo fosse una merce di valore e concepiamo il tempo alla stessa maniera: “Nella nostra cultura IL TEMPO E’ DENARO in molti modi diversi: negli scatti delle telefonate, nei salari a ore, nelle tariffe delle camere d’albergo, nei bilanci annuali, negli interessi sui prestiti, e nel pagare il proprio debito alla società scontando una condanna. Tutte queste pratiche sono relativamente recenti nella storia della razza umana, e non sono assolutamente comuni a tutte le culture. Esse si sono costituite nelle moderne società industriali e oggi strutturano le nostre fondamentali attività quotidiane in modo profondo[…].Tale concettualizzazione del tempo non è necessariamente l’unica possibile per gli esseri umani; essa dipende dalla nostra cultura. Vi sono culture in cui il tempo non è nessuna di queste cose” (G. Lakoff, M. Johnson 1998a pp. 26 – 27).
I concetti metaforici che utilizziamo per comprendere il tempo ci restituiscono una struttura parziale dello stesso: “E’ importante sottolineare che la strutturazione metaforica qui implicata è solo parziale e non totale. Se fosse totale, un concetto coinciderebbe completamente con un altro e non sarebbe soltanto compreso in termini di un altro. Ad esempio, il tempo non è realmente denaro. Se noi spendiamo il nostro tempo cercando di fare qualcosa e non ci riusciamo, non possiamo riavere indietro il nostro tempo. Non ci sono banche del tempo. Io posso sprecare del mio tempo, per te, ma tu non puoi restituirmi quello stesso tempo, anche se puoi sprecare a tua volta la stessa quantità di tempo per me, e così via. Una parte del concetto metaforico quindi non si adatta né può adattarsi alla situazione reale” (G. Lakoff, M. Johnson 1998a p. 32).
Questo è particolarmente prezioso da tenere in considerazione nel counseling. Ad esempio un cliente che vive il tempo prevalentemente come denaro –IL TEMPO E’ DENARO- potrà essere avvicinato a vivere il tempo come relazione - IL TEMPO E’ RELAZIONE-. La memorizzazione e l’ uso di tale metafora nel proprio sistema cognitivo gli permetterà di attivare un diverso modo di relazionarsi con la realtà. Diverrà un nuovo e potente “abito”, rispetto a quelli da lui conosciuti ed esperiti. Il tempo vissuto ed agito come relazione permetterà al cliente di sperimentare sentimenti nelle relazioni umane di gratitudine (cfr. Montuschi, 1997). In tal caso verrà data maggiore dominanza alla sfera dell’essere piuttosto che del fare. Le relazioni verranno vissute sulla modalità  Io – Tu (soggetto – soggetto) piuttosto che Io – Esso (soggetto – oggetto) (Cfr. M. Buber, 1993). Questo diventa per la persona che richiede aiuto  aumento di ben – essere psic –fisico.  Così l’uso di più metafore, l’integrazione di nuove metafore a quelle già presenti nel sistema concettuale del cliente, permette di cogliere aspetti della realtà prima non contemplati.
Possiamo concludere con una riflessione di Hannah Arendt, la quale ne “La vita della mente” così si  esprime: “Ed è in questa sfera che per mezzo della metafora il linguaggio della mente fa ritorno al mondo della visibilità per illuminare ed approfondire ciò che non si può vedere ma può esser detto[…]Concedendosi all’uso metaforico il linguaggio ci permette di pensare, cioè di avere commercio con il non – sensibile, proprio perché ci consente di “portare oltre” le nostre esperienza sensibili. Non vi sono due mondi, proprio perché la metafora li unisce”(H. Arendt 1987 p. 196 – 197).

 

BIBLIOGRAFIA


Arendt Hanah, (1987), La vita della mente, Il Mulino, Bologna.
Buber M. (1993), Il principio dialogico, San Paolo, Milano.
Erickson M. - Rossi E. (1976), La comunicazione a due livelli e la microdinamica della trance e della suggestione, vol. 1, Astrolabio, Roma.
Giusti E., Mattacchini C., Merli C., Montanari C. (1993), Counseling professionale dalla consulenza psicopedagogia alla terapia, Quaderni A.s.p.ic., Roma
Giusti E., Ciotta A. (2005), Metafore nelle relazioni d’aiuto e nei settori formativi,Sovera, Roma.
Lakoff George e Mark Johnson (1980), Metaphors We Live By, University of Chicago Press, Chicago, Illinois, USA, trad.it. Metafora e vita quotidiana, Bompiani Milano, 1998a.
Lakoff George e Mark Johnson (1998b), Elementi di linguistica cognitiva,  Quattroventi, Urbino.
Montuschi F. (1997), Fare ed essere. Il prezzo della gratuità nell’educazione, Cittadella Editrice, Assisi.
Pacciolla Aureliano (1991), La comunicazione metaforica: il linguaggio analogico in psicoterapia, Ed. Borla, Roma.